Raccontare storie

Fin dalla preistoria l'uomo crea miti, leggende, storie, favole e parabole.

Fa parte del nostro essere umani.

Alla nascita di queste conoscenze tradizionali concorrono molte persone, spesso in tempi anche molto distanti fra loro.

Sembra che l'uomo abbia compreso, fin dagli albori della sua esistenza, il potere che si cela dietro il racconto: esso attira la curiosità e costringe l'ascoltatore a uno stato mentale simile all'ipnosi. 

Queste storie, se ben congegnate, inseriscono quindi nella mente dell'individuo nuovi “pattern di comportamento” (programmi) senza incontrare alcun tipo di resistenza al cambiamento (la classica reazione di autodifesa suscitata tipicamente dal “consiglio” e dal “rimprovero”). 

Sono queste le motivazioni che si celano dietro il modus operandi dei mistici: lo scopo della parabola non è quello di aggiungere conoscenza ma di far percepire uno stato mentale differente, desiderato.

Nel metamodello della programmazione neuro linguistica, le metafore sono considerate il livello “più profondo” della mente subconscia (che, a mio avviso, così come intesa, è una bufala. In ogni caso il risultato non cambia) . 

Le storie, se viste come allegorie, agiscono ad un livello ancora più profondo.

Infatti, tramite una storia, posso spingere una persona a riflettere su di sé senza che sia spinta a giustificarsi, o a difendersi egoicamente. 

Il protagonista della storia non è mai l'ascoltatore perciò, quest'ultimo, si può identificare nell'eroe e dare un profondo significato a quello che ascolta, estraendovi (spesso senza accorgersene), nel segreto del suo mondo privato interiore, un insegnamento positivo. 

Quali sono le storie che ti racconti e i personaggi in cui ti identifichi?
In che modo questa identificazione può limitarti?

Un abbraccio, Marco.

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