Essere se stessi


Essere se stessi non è sempre facile, soprattutto quando confondiamo la nostra essenza con i nostri risultati.

Le persone che decidono di migliorare se stesse, in particolare quelle fortemente motivate, molto spesso traggano delle conclusioni sul proprio valore attraverso un sillogismo:

"Il mio valore dipende dai miei risultati.
I miei risultati sono scarsi:
quindi il mio valore è scarso"

Nel mio lavoro di coach, soprattutto nelle prime sessioni dovrò, attraverso la dialettica, smontare questo tipo di presupposto sostituendolo con altri che mantengano intatta la propulsione ad agire.

Il sillogismo di cui sopra, tipico di chi si affaccia al paradigma di tipo "esecutore, è basato su un'induzione che può essere funzionale in alcuni contesti ma, nella maggior parte dei casi, è fortemente limitante, tensiva e poco produttiva.

Nel momento stesso in cui accettiamo la conclusione del sillogismo di cui sopra, ci relazioniamo al mondo con la presunta consapevolezza del nostro essere mancanti che se da una parte può generare movimento e un approcciarsi umile al miglioramento, dall'altro lato cancella immediatamente una serie di abilità che sarebbero immediatamente disponibili altrimenti. Accettare se stessi, in questo modo, non sarà certamente facile.

Se traiamo conclusioni sul nostro valore partendo da assunti darwinisti (del tipo: valgo se posso riprodurmi, ossia se piaccio all'altro sesso), allora recupereremo molte delle nostre capacità latenti solo al termine del percorso di crescita, ossia quando avremo sviluppato le abilità sufficienti a considerarci persone di valore e ad agire con questo pensiero ben innestato nel nostro cervellino :)

Ad esempio, poniamo caso che Mario non sia un buon comunicatore, che abbia scarsa sicurezza in se stesso stesso e per questo inizi un training per migliorare le proprie abilità comunicative.

Migliorerebbe? Certamente... e tuttavia, con questi presupposti, solo quando sarà davvero bravo alcune delle abilità che sarebbero  per lui AUTOMATICAMENTE disponibili se solo si accettasse, riemergeranno.

Da una parte migliora, dall'altra si blocca.

Ecco perché lavorare su se stessi è per molti un peso insostenibile.

Prova invece a considerare questa induzione:

"Il mio valore personale è quello che percepisco quando tutto è perfetto;
quando tutto è perfetto il mio valore è il massimo possibile;
il mio valore è il massimo possibile fin da ora"

In questo caso spostiamo all'interno il concetto di valore. La variabile non sono più i risultati ma la percezione che abbiamo di noi stessi.

Essere e credere in se stessi significa fare proprio questo sillogismo e puntare alla nostra miglior versione e, solo in secondo luogo, al risultato esterno: agiamo seconda una logica diametralmente opposta a quella esposta precedentemente.

Per un po' dimentica i risultati e inizia a puntare all'esperienza di essere te stesso, senza mancanze, ed impara anche a perdonare te stesso, se qualche volta sbagli.

Poi, con implacabile determinazione a senza lasciarti inibire, puoi fare del lavoro di crescita personale.

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Fallo subito, se no poi ti dimentichi (io mi dimenticherei) :)

Un abbraccio, Marco.
ps. 

Se alla domanda: 

"se tu potessi sentirti come se avessi già quello che vuoi cambierebbe qualcosa rispetto ad averlo davvero?".

risponderesti: "sì", allora stai ragionando seconde le presupposizioni dettate dal primo sillogismo, ovvero stai portando attenzione all'oggetto invece che all'esperienza.

Leggi o rileggi il post precedente a questo :)




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So che esistono eccezioni per ogni cosa che scrivo :)